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Allorigine del convento poschiavino di Santa Maria Presentata (di Daniele Papacella) 1. Introduzione 1. Introduzione Dopo quasi tre decenni di abbandono, nel 2000 il convento al centro del Borgo di Poschiavo ha ritrovato una funzione pubblica come centro per congressi e incontri. Ledificio ha ospitato per oltre 350 anni una comunità monastica femminile. Generazioni di donne si sono succedute allinterno della struttura conventuale, prima di passare al nuovo edificio ai margini del paese. Sulla storia della comunità e delledificio che lha ospitata esiste già un opuscolo, pubblicato nel 1971 da padre Roberto Comolli. In questo contributo si cercherà di aggiungere qualche novità dedotta dallo studio delle fonti sui primi decenni di vita della struttura e sul contesto religioso in cui essa è nata. La data ufficiale della fondazione dellistituto religioso risale al 18 novembre 1629, quando il vescovo di Como Lazzaro Carafino stese la sua dichiarazione inaugurale. Nel suo messaggio monsignor Carafino sottolineava limportanza di «una favorevole attenzione a ciò che ritorna di incremento ai luoghi pii e alle case religiose». Come esponente della Controriforma più accesa, il vescovo sottolineava ancora: «Ma noi, che sinceramente desideriamo la propagazione della Religione cattolica ai nostri tempi, specialmente in quei luoghi contagiati dalleresia ritenemmo di dover erigere, elevare e istituire in detta terra la predetta società sotto linvocazione e regola di S. Orsola.» (1) La fondazione del convento avvenne nel momento più difficile della convivenza fra cattolicesimo e protestantesimo nel territorio delle Tre Leghe, quello dei cosiddetti Torbidi grigioni. Nel luglio 1620 a Brusio e poi nellaprile 1623 a Poschiavo ci furono delle vere proprie azioni di guerriglia confessionale. Dei drappelli armati di cattolici provenienti dalla Valtellina si scagliarono contro la popolazione riformata, portando anche nella Valle di Poschiavo la violenza vissuta negli anni precedenti nei territori sudditi dei Grigioni. Da metà circa la comunità protestante fu ridotta ad un terzo della popolazione totale. Una cinquantina le persone che persero la vita, altre trovarono rifugio oltralpe.(2) Lo storico Cesare Cantù chiamò quella serie di eventi sanguinosi «Sacro Macello», coniando così un nome contraddittorio nei termini accomunati, ma ormai largamente diffuso.(3) Venti anni dopo, nel 1642 e nel 1644, lintervento di due arbitri inviati dalle Leghe riuscì a ricreare una forma di convivenza fra le comunità di valle attraverso una serie di disposizioni normative. (4) A quel momento esisteva già quell«avamposto spirituale per scongiurare un'ulteriore avanzata del fronte protestante», come indicato dal Comolli nel suo opuscolo sul Convento.(5) Si trattava dunque di una risposta alla presenza evangelica nella valle, ma non solo. Sulla scia dellopera di Carlo Borromeo iniziò, già alla fine del Cinquecento, un movimento di rinnovamento allinterno del mondo cattolico che toccò direttamente anche la Diocesi di Como e dunque la Valle di Poschiavo. Lazione convinta della Chiesa cattolica non era solo diretta contro il protestantesimo, insediatosi nella parte retica della Diocesi comasca. Lattività di riforma, iniziata con le azioni normative del vescovo Filippo Archinti, era parte di un disegno di rinnovamento interno alla Chiesa romana, proposto dal Concilio di Trento. Con una serie di disposizioni e con le sue visite pastorali lArchinti si fece promotore nei primi anni del 600 della riconquista cattolica del territorio, sia nelle zone con una presenza protestante quanto in quelle rimaste cattoliche. Centrali nella sua azione pastorale, come in quella dei suoi successori, furono la predicazione nello spirito postridentino, la formazione e il controllo del clero per garantirne la competenza e la moralità.(6) Lo spirito del rinnovamento religioso cattolico si impose progressivamente anche nella Valle di Poschiavo. E il suo lento radicamento sarebbe proseguito, non senza difficoltà e ritardi, per tutto il secolo e ancora nei primi decenni del '700.(7) Forse il primo interprete ideale e al contempo radicale dellimpegno vescovile in valle fu il sacerdote di Poschiavo, Paolo Beccaria (1587-1665), originario di Sondrio e uno fra i primi assolventi del Collegio elvetico di Milano.(8) Si possono identificare quattro elementi fondamentali di questo processo di rinnovamento ecclesiastico che trovano conferma nelle fonti della Valle di Poschiavo fra 600 e inizio 700.(9) In primo luogo lestensione e la nuova articolazione della rete parrocchiale. Le comunità di Prada, Aino e Brusio ricevettero nel XVII secolo una maggiore indipendenza o una ridefinizione del loro statuto, rispetto alla chiesa matrice di San Vittore a Poschiavo.(10) Le Chiese degli ultimi due villaggi furono intitolate significativamente al santo della Riforma cattolica per eccellenza, Carlo Borromeo.(11) In secondo luogo si ebbe una crescita significativa dellinfrastruttura ecclesiastica. Praticamente tutte le chiese della valle ebbero un nuovo arredo e subirono ampliamenti e ristrutturazioni in stile barocco, lo stile che manifestava fastosamente il rinnovamento spirituale in corso.(12) Quale terzo punto si può rilevare una ridefinizione dei luoghi, delle forme e degli oggetti di devozione. Sagre e festività furono riformate, attraverso la nuova codificazione tridentina. Processioni, veglie, preghiere: la Chiesa cattolica si riformò profondamente anche nelle sue espressioni rituali più simboliche. Al riguardo abbiamo una notizia del 1717 in cui il clero locale chiedeva il sostegno del vescovo comasco Olgiati, perché intervenisse presso la popolazione per il rispetto delle nuove festività. Se per le cerimonie dedicate allImmacolata Concezione dell8 dicembre laccoglienza popolare era stata generosa, secondo il chierico Francesco Badilatti, altre festività non avevano incontrato lo stesso favore. Nel caso specifico si trattava delle cerimonie particolari dedicate a San Carlo e San Rocco, per cui si chiedeva lintervento vescovile «acciocché questo Poppolo sia unanime et fedele nel osservarle, et oviar ogni disordine, et scandalo».(13) Per ultimo si delineò un nuovo rapporto tra chiesa istituzionale e popolazione. Con nuove istituzioni, in particolare le congregazioni, aperte anche ai laici, e le nuove cerimonie, la chiesa accrebbe la sua capacità di aggregazione e acquisì anche un ulteriore potenziale di controllo e di influenza sulla popolazione.(14) Listituzione della Casa di SantOrsola, si inserisce in questo punto della riforma ecclesiastica e segue direttamente il modello di unanaloga fondazione avvenuta precedentemente nella città di Como. In valle vivevano già prima del 1629, data di fondazione della Casa, delle donne che vivevano in un ordine religioso non precisato dalle fonti, probabilmente seguendo una vocazione spontanea. Si trattava quasi sicuramente già allora di sorelle di SantOrsola, ancora organizzate nella forma originaria, voluta dalla fondatrice Angela Merici (1475-1540), una terziaria francescana di Brescia. Questo «istituto di perfezione», come altre iniziative spirituali laiche e dunque esterne al clero della Chiesa romana, era nato nel XVI secolo per rispondere a bisogni nuovi della società con compiti assistenziali ed educativi. In diretta opposizione alle tradizionali forme monastiche, lordine non imponeva il pagamento di una dote dentrata, non prevedeva né i voti, né la vita comunitaria, né la clausura.(15) Un ordine dunque che rispondeva anche alle vocazioni di vergini o vedove, anche povere, che volevano donare la propria vita al servizio e alla devozione, e che presupponeva delle infrastrutture organizzative minime. I documenti delle visite pastorali sembrano indicare come le sorelle poschiavine corrispondessero a questa forma minima di comunità. Infatti lindicazione del luogo suggerisce che esse vivessero ancora in famiglia. Una sorella si assumeva il ruolo di superiora, garantendo un livello minimo di organizzazione interna.
Nel corso del tempo listituzione, non solo a Poschiavo, si avvicinò alla Chiesa, perdendo quel carattere spontaneo e laico. Attraverso i nuovi ordinamenti, adattati e approvati da Carlo Borromeo nel 1566, il progetto dispirazione ascetico e spirituale, proposto dalla Merici, passò alla dipendenza delle istituzioni ecclesiastiche. Alle donne della Compagnia furono imposti progressivamente nuovi ordinamenti legati agli ideali della Riforma cattolica postridentina.(16) In un periodo in odore di streghe, le donne sole, votate alla spiritualità, necessitavano evidentemente di un controllo particolare; il loro fervore poteva essere sospetto, ma avvicinando le donne alla Chiesa questo poteva trasformarsi in un aiuto prezioso. Anche nella situazione poschiavina è riscontrabile un processo simile. Il clero locale seguendo le direttive vescovili e gli esempi che nascevano nel territorio della diocesi comasca cercò il modo di garantire losservanza delle regole da parte di queste donne, unendole in una congregazione. In una delle prime lettere del Beccaria, che annunciavano al vescovo il desiderio di creare un monastero, si legge: «Havendo alcune delle nostre giovini di Poschiavo desiderose di servire Dio in stato religioso fatta fare humile instanza allIllustrissimo e Reverendissimo Monsignore Lazzaro Carafino Vescovo di Como come Ordinario del Luogo di puotirsi unire insieme in un Collegio al modo di quelle di St. Leonardo di Como ».(17) Dunque il Beccaria faceva direttamente riferimento ad unistituzione già realizzata nel capoluogo diocesano. Già dal 1570 esistevano comunità di orsoline in Como, divise in due tipi: quelle viventi in famiglia e quelle viventi in comunità. Oltre allosservanza personale della preghiera, del modo di vestire, del digiuno e dellubbidienza, alle sorelle era attribuito un ruolo nelleducazione della gioventù della città. Nei primi decenni del 600 i vescovi, susseguitisi nella città lariana, emanarono delle aggiunte alle regole, avvicinando le orsoline, originariamente francescane terziarie, alle forme di comunità monastica tradizionali. Anche una dote faceva parte delle condizioni di accesso allordine.(18) Alla fine del 1629 il traguardo era raggiunto anche a Poschiavo: le vergini di SantOrsola ottennero un loro statuto e una regola che garantiva lortodossia della loro vocazione. Al vescovo stesso era riservata lautorità sulla struttura. Per delega, lamministrazione finanziaria e la sorveglianza furono affidate a personalità del luogo o, con le parole di monsignor Lazzaro Carafino: «E poiché, per la distanza del luogo e per loccupazione in uffici più gravosi, non possiamo tenere il governo e lamministrazione di detta società, affidiamo al Molto Reverendo Don Paolo Beccaria e ai nobili signori Giovanni Antonio Andreossa, Antonio Lossio, Antonio Massella e Bernardo Massella, per la probità, diligenza ed integrità dei quali molto confidiamo la cura, la protezione e la difesa della società.»(19) In un primo momento le sorelle di SantOrsola avevano trovato un alloggio in una casa non lontana dalla Chiesa di San Vittore, dove oggi sorge una casa Gervasi.(20) Nellaprile del 1629 si realizzavano le condizioni per allestire una sede definitiva con lacquisto di tre edifici preesistenti. Nellagosto il comune concedeva lesenzione dalle tasse come foro ecclesiastico e a novembre il vescovo stendeva latto derezione.(21) Alle sorelle fu attribuita una sede nelle immediate vicinanze della Chiesa di San Vittore. La struttura risultava dallunione di tre case distinte che rimasero, nella loro struttura originaria, alla base del complesso architettonico. La cappella nacque in un interstizio fra due edifici preesistenti e presentava già in origine delle carenze sia estetiche, sia statiche che funzionali a cui non si poté rimediare mai completamente.(22) A proposito il vescovo Carafino notava nel 1655: «La Chiesa è stata maltrattata dagli architetti a segno, che se è possibile si doverà raddrizzare lesterior stanza, aprir la porta in faccia dove or è la finestra, e per necessità si deve demolir la volta fatta nella Chiesa interiore et alzarla a proportione dellesterioriore conforme al disegno che prima doverà esser approvato da noi, e lesteriore sintende in ogni evento di meliorar la fabrica della casa, alla quale si deve haver locchio prima dogni altra cosa, del resto si osservi ciò che da noi fu ordinato in materia de stabili.»(23) Ma la situazione finanziaria non permetteva gli interventi necessari, « Il bilancio dentrata et uscita annuale si scorge questa maggiore di quella in più di mille lire lanno Quindi è che non si può per adesso trattare dingrandire la Chiesa interiore et esteriore, né alzare la mura verso la strada pubblica per non indebitare questo pio luogo».(24) Non vivendo più a casa con le famiglie, le sorelle della comunità dovettero garantirsi le basi di sussistenza. Così anche i «Protettori, o Amministratori dovranno invigilare, che quelle che vorranno entrare portino seco tante facoltà, o intrate che possino probabilmente vivere conforme luso del paese».(25) Questo era il primo passo verso una selezione sociale delle novizie. Per sopravvivere la comunità doveva avere delle entrate sicure, per questo si rendeva necessario avere delle sorelle che, al momento dellentrata, portassero una dote che poi garantisse delle rendite. Dopo alcuni anni di transizione, nel 1684, la Casa di SantOrsola passò sotto la regola di SantAgostino.(26) Roberto Comolli indica, quale ragione per la modifica dello statuto del convento, le «insufficienti e lacunose» basi giuridiche dellOrdine delle Orsoline. Lo stesso cambiamento avvenne negli stessi anni a Morbegno, in altre località invece, come a Mendrisio e Bellinzona, le comunità femminili tennero fede allordine delle orsoline, pur rivedendo più volte gli ordinamenti.(27) Il cambiamento partì sicuramente da un bisogno interno alla comunità di una codificazione migliore della vocazione, dalle difficoltà finanziarie accumulatesi, come dagli stimoli esterni, provenienti dal clero e dalla diocesi stessa, che tendevano ad unorganizzazione migliore delle varie comunità. Certo è che lordine delle orsoline disponeva
di un prestigio sociale limitato. Attratte dallideale erano poi
donne del posto, ragazze e vedove provenienti da famiglie che disponevano
di poche risorse e che non potevano garantire allistituzione le
entrate necessarie al sostentamento delle sorelle. Le riforme parziali,
avvenute nei decenni precedenti, evidentemente non avevano risolto i
problemi e soddisfatto le aspirazioni. Lì già nel 1675 la Casa di SantOrsola era diventata un convento agostiniano.(28) Anche a Poschiavo si optò per questo ordine che godeva di un prestigio maggiore. La regola dellordine agostiniano si riallacciava ad una tradizione monastica secolare e prevedeva lemissione dei voti perpetui, cosa non conosciuta dallordine precedente. Il nuovo ordine richiedeva, oltre ai tre voti solenni, anche la clausura. È probabile che le donne stesse abbiano sostenuto la scelta, aspirando ad una missione spirituale più chiara, rinunciando alla funzione sociale e minuta propugnata dallordine delle orsoline.(29) Nella loro scelta queste furono sostenute dall«opera et consiglio de santi religiosi homeni et patri, massime dalla Compagnia di Giesù, sotto alla quale direttione il detto Collegio ha avuto, et assonto il suo principio e il suo progresso».(30) Dunque anche a Poschiavo operavano dei gesuiti, capimastri dellordine postridentino(31). Da quel momento cambiò la dicitura: non si trattava più di una «casa», ma di un vero e proprio «monastero». Anche la cappella assunse un nuovo titolo che diede nome allistituzione: Santa Maria Presentata. Il quadro di SantOrsola, posto sopra laltare, fece spazio alla raffigurazione di Maria bambina presentata ai sacerdoti del tempio.(32) Ai lati del coro campeggiavano due ulteriori quadri: SantAgostino, padre della Chiesa a cui lordine si rifà, da un lato, SantIgnazio da Loyola, fondatore dellordine dei gesuiti, dallaltro. La presenza di questultimo è unulteriore conferma del ruolo avuto dai gesuiti sia nello sviluppo del monastero che nella riorganizzazione della chiesa intera in tutta la diocesi.(33) La provenienza delle singole suore, dopo il passaggio allordine agostiniano, è indicativa. Dal 700 in poi solo una minima parte delle sorelle conventuali era originaria della Valle di Poschiavo. La maggior parte veniva dalla vicina Valtellina, come testimoniano i cognomi Palazzi, Merizzi, Quadri, Venosta o Morelli. Fra le poschiavine vi erano suor Maria Orsola Minghini e la vestiaria suor Marianna Mengotti.(34) Si può dedurre inoltre, sempre dai cognomi delle religiose, che la loro estrazione sociale fosse elevata. Praticamente tutte provenivano dalle famiglie notabili della regione. Questo fatto è sicuramente legato alla dote che ogni aspirante era tenuta a portare con sé allinterno della comunità monastica(35) e, inoltre, la carriera ecclesiastica femminile era certamente importante per evitare la frammentazione delle eredità delle singole famiglie notabili.(36) Dopo il cambiamento di denominazione, il convento visse una fase di ristrutturazione. Negli anni seguenti, attraverso la costruzione della parte est, con il chiostro, le celle e lalta muraglia che circonda il perimetro, il convento assunse la struttura adatta alla nuova regola; quella ancora visibile oggi. I lavori erano già iniziati prima del cambiamento di ordine, nel 1667, per adattare la struttura ai bisogni delle inquiline. Ma tredici anni dopo, nel 1681, si proponeva ancora agli occhi del vescovo Ciceri, il problema della funzionalità delledificio: «Diverse celle et officine cominciate si lascino per adesso nello stato che si trovano per la scarsezza de redditi, che non permette di fare il passo più lungo della gamba».(37) Solo nel luglio 1701 si registra: «havendo fatto
agiuntare quasi tutte le celle già da 27 anni ordite, et ora
si habitano con comodità e consolatione delle bone Religiose».
In quello stesso anno solo tre fra le monache erano ancora originarie
della valle, e i loro cognomi tradiscono unestrazione sociale
elevata: Bassi, Mengotti e Minghini.(38)
Il convento visse in quei decenni il periodo di maggiore splendore. Il prete Francesco Badilatti annotava nel 1717: «Ancor arreca stupore: lessersi in sì pochi anni cotanto avanzato il Venerando Monastero, in fabriche maestose, in numero e nobiltà di persone, delle più scelte famiglie di Valtellina, e daltrove, comanche per il gran cumulo di ricchezze». Da questo testimone del tempo sappiamo inoltre che a questo accumulo di ricchezza fu posto un limite dalle autorità delle Tre Leghe: «Chè stato necessitato leccelso Principe nella pubblica Dieta interporre solenne decreto et impedirgli glacquisti daltre possessioni, altrimenti quelle Nobili Signore sarebbero divenute fra poco Principesse.»(39) Allinizio del 700 vivevano allinterno delle mura una ventina di sorelle; insieme a loro cerano alcune giovani in attesa dei voti. Alla fine del secolo nel convento vivevano 18 sorelle e cinque giovani: tre converse, una novizza e una probanda. Un numero quindi stabile e non molto alto di monache. Il massimo previsto dalla regola poschiavina era 33 sorelle, riprendendo simbolicamente gli anni di Cristo nellordine interno alla comunità.(40) Allinterno della comunità si conosceva una divisione dei compiti. Intorno al 1790, tre sorelle erano dedite al ricamo, unaltra era la «Maestra delle estere» suor Maria Rosa Franchina si occupava, in quel periodo, dellinsegnamento catechistico per le ragazze del paese e tutte le altre svolgevano un compito direttamente attinente allorganizzazione interna: dalla cuoca alla portinaia ognuna aveva un suo compito da affiancare alla preghiera.(41) Le porte del convento erano aperte a delle giovani del paese che seguivano listruzione elementare e, nei giorni di festa, le sorelle abbandonavano addirittura le mura del monastero per le ore di catechesi. Con le parole del testimone Badilatti: «Non si deve tralasciar di dire: il gran bene [che] fanno al catholichismo con la Dottrina Christiana nelli giorni di Festa qui nella Prepositurale, et nel loro Monastero con la scuola addotrinando le fanciulle; dove sè conosciuta gran mutatione di costumi nella gioventù di Poschiavo.»(42) Il mandato educativo era, seguendo lo statuto, aperto anche alle giovani protestanti nellevidente tentativo di reintegrarle nel campo cattolico. Anche se cera un mandato didattico concreto anche verso le giovani del paese, le sorelle di Santa Maria Presentata non avevano un ruolo paragonabile a quello del clero maschile, a cui spettava la conduzione morale della comunità. La corrispondenza con il vescovo comasco indica anche
unaltra forma di impegno didattico: nel convento risiedevano,
per periodi prolungati di formazione, delle ragazze valtellinesi di
buona famiglia, senza poi rimanere allinterno della comunità
pronunciando i voti. Sicuramente le rette delle ragazze servivano a
sostenere la vita della comunità. «Merletti del Monastero di Poschiavo, essi pure: lavoro su reticella a punto tela come se ne trovano parecchi nel Grigioni. Gli altri invece a fuselli, oppure sulla tela a punto tagliato e lanciato, sono di fisionomia italiana richiamano alla memoria le numerose figlie di famiglie nobili italiane, valtellinesi, in ispecie.»(43) Le tecniche che confluivano nel monastero poschiavino sembrano dunque essere somma e fusione di esperienze del sud, come del nord delle Alpi. Dalle indicazioni di Francesco Badilatti questo lavoro era soprattutto indirizzato a scopi liturgici: «Non si può abbastanza esprimere lutilità spirituale deriva[nte] da si Pio Luogo, à questo Publico, sia per Orationi di quelle Sacre Vergini, come per il splendore in che si mantengono tutte le Chiese di codesta Patria con la politezza de sacri panni, per la maestria dellago, ma in particolare poi, per lo stucco de camici, et cotte, nel quale arte superano di gran longo le Cità istesse.»(44) Per quanto le religiose provenissero da famiglie benestanti, la vita allinterno della struttura ecclesiastica non era caratterizzata dallabbondanza. Nel luglio 1730, dopo una visita pastorale del vescovo comasco Olgiati, il cancelliere della diocesi si premurò di scrivere una lettera alla superiora. In questa, si annotavano le misere condizioni di vita registrate e si esortava la guida della comunità monastica a prendere delle misure atte ad un miglioramento della situazione: «Ordiniamo alla Superiora presente, ed alle future, che trattino con carità queste Religiose nel vitto, somministrando loro in avvenire pane di buon formento, puro, e non mescolato, minestra sufficientemente condita e convenevole pietanza di carne fresca, nei giorni che si può dispensare, accioché possino sostentarsi a dovere, ed attendere con rigore, e senza pregiudizio della sanità aglesercizi spirituali e corporali del ministero».(45) Evidentemente le limitazioni alla proprietà poste dalle Leghe limitavano considerevolmente lo standard di vita tra le mura claustrali. La Casa di SantOrsola, nata nel 1629 come residenza per delle pie donne che volevano semplicemente dedicarsi al prossimo e alla fede, era diventata in meno di cento anni un vero e proprio monastero. Abbandonato lordine di SantOrsola aperto alle opere sociali, il compito delle sorelle che vi abitavano si concentrò nella preghiera e nel lavoro allinterno delle mura. Lo statuto di clausura separava le suore in modo sensibile dal resto del villaggio, malgrado la sede direttamente adiacente alla chiesa di San Vittore, dunque al centro del paese. Unalta muraglia e le grate segnavano la separazione fra ascesi monastica e vita laica. Solo le sorelle che si occupavano delleducazione delle giovani avevano ancora un compito sociale aperto alla valle. Nel diciannovesimo e soprattutto nel ventesimo Secolo forse attingendo a quella vocazione caratteristica delle orsoline la comunità avrebbe riscoperto un ruolo sociale attivo, con la cura dei malati e lattività nella scuola. © Daniele Papacella SSVP, marzo 2001 Note 1. Il documento è riportato in Roberto Benigno Comolli, Origine e sviluppi del Monastero di Poschiavo, Bellinzona 1971, p. 30. La traduzione dalloriginale latino è dello stesso. 2. I fatti sono descritti per la prima volta da Francesco Saverio Quadrio, Dissertazioni storico-critiche, Milano 1755 / Bologna 1970, vol. II, p. 166 per Brusio e p. 320 per Poschiavo. Nel suo racconto, il frate Francesco Saverio Quadrio, racconta di 27 protestanti uccisi a Brusio nel 1620 e di 23 uccisi a Poschiavo nel 1623. Anche in Emil Camenisch, Storia della Riforma nelle valli meridionali del Canton Grigioni, Samedan 1950, p. 107. 3. Cesare Cantù, Il Sacro Macello di Valtellina, Episodio della Riforma religiosa in Italia, Firenze 1853. 4. Riccardo Tognina, Il Comun grande di Poschiavo e Brusio, Poschiavo 1975, p. 139. 5. Comolli, Origine e sviluppi, pp. 6 e seg. 6. Le normative emanate dal vescovo Archinti, come la pubblicazione dei suoi rapporti di visita in Archivio Storico della Diocesi di Como (dora in poi ASDC), vol. 6, Como 1995. 7. Sullevoluzione delle istituzioni ecclesiastiche della valle manca a tuttora uno studio di più ampio respiro. 8. Su Paolo Beccaria confronta le note al testo di Comolli, Origine e sviluppi, p. 47. Il Collegio elvetico, fondato da Carlo Borromeo per migliorare la formazione del clero e fermare lespansione della Riforma nei territori confederati al sud delle Alpi, ospitava 56 studenti. Sei posti erano riservati ai candidati dei Grigioni e otto a quelli valtellinesi. Cfr. Brigitte Schwarz, «Riforma e Controriforma nei Baliaggi svizzeri dItalia», in Giovanni Gentile, Bernhard Schneider e Brigitte Schwarz (a cura di), La vita quotidiana in Svizzera, Locarno 1991, p. 101. Sul significato dellistituzione anche: Marina Troccolini-Chini e Heinz Lienhard, «La diocesi di Como», in Helvetia Sacra, vol. I/6, p.40, e Alessandro Pastore, Nella Valtellina del tardo Cinquecento, fede cultura e società, Milano 1975, p. 74. 9. Questi diversi processi di riforma ecclesiastica sono analizzati per il Ticino da Sandro Guzzi, Logiche della rivolta rurale, Insurrezioni contro la Repubblica elvetica nel Ticino meridionale (1798-1803), Bologna 1994, p. 245. 10. Giuseppe Chiesi, «Le parrocchie nei territori svizzeri delle diocesi di Como e Milano», in Helvetia Sacra, vol.1/6 p. 433 e seg., delinea il processo che portò, dal Medioevo fino a questo secolo, alla frammentazione delle parrocchie rurali. 11. Arno Lanfranchi, in Ufficio cantonale dei monumenti (a cura di), Sedi di culto in Val Poschiavo, Coira 1995, vedi schede relative a p. 30, p. 126, p. 188. 12. Lo stile barocco domina fino ad oggi nella maggior parte degli edifici ecclesiastici. 13. Archivio della Diocesi di Como (d'ora in poi ADC), Visite Pastorali, Cart. CXIII/Fasc. 3 Tirano-Poschiavo, f. 84. 14. Guzzi, Logiche, p. 244. 15. Francesca Ferraris, «La compagnia di SantOrsola. I casi di San Leonardo di Como, SantOrsola di Mendrisio e Santa Maria di Loreto di Bellinzona», ASDC 1997, pp. 371 e seg. 16. Ferraris, «La compagnia di SantOrsola», p. 372. 17. ADC, Cantoni svizzeri/Poschiavo, lettera del 12 agosto 1629. 18. Ferraris, «La compagnia di SantOrsola», p. 376. 19. Dalla bolla di monsignor Lazzaro Carafino pubblicata e tradotta in Comolli, Origine e sviluppi, pp. 29-30. 20. Lindicazione di questa casa in località detta ai nus si è tramandata allinterno della comunità del convento. 21. Comolli, Origine e sviluppi, p. 7. 22. In occasione dei lavori di restauro sono state rilevate le varie fasi di costruzione delledificio. Anche Comolli, Origine e sviluppi, nota 43, p. 51, riporta il sunto delle spese per lacquisto e i lavori di adattamento degli edifici. Le case sarebbero state di «tre lutterani»: è possibile pensare a famiglie protestanti che, dopo la fuga del 1623, avevano optato per labbandono definitivo del paese. 23. ADC, Visite pastorali Carafino 1655. 24. ADC, Visite pastorali Carafino 1655. 25. Citato in Comolli, Origine e sviluppi, p. 33. 26. Ivi, p. 10. 27. Ferraris, «La compagnia di SantOrsola», p. 378 e seg. 28. Duilio Perotti, «Il monastero claustrale femminile della Presentazione in Morbegno (1675-1798)», ASDC, n. 5 1991, pp. 125-148. 29. Sergio Giuliani, «La regola di SantAgostino e il convento di Poschiavo», in Quaderni grigionitaliani, n. 2, 1984, pp. 177-178. 30. Il documento è stato redatto in occasione del trapasso di ordine nel 1684, la traduzione del notaio Francesco Badilatti è del 1689. Comolli, Origine e sviluppi, pp. 36-37. 31. Nel 1622, dopo alcuni tentativi contrastati, si erano stabiliti dei gesuiti a Ponte in Valtellina, da dove partiva la loro attività contro il protestantesimo e a sostegno delle istituzioni della Chiesa cattolica. Sul tema: Flavio Rurale, I gesuiti a Milano, Religione e politica nel secondo Cinquecento, Roma 1992, pp. 283 e seg. 32. Letizia Scherini, scheda sullOratorio della Presentazione, in Sedi di culto, pp. 76-79. 33. I due quadri sono ancora conservati al nuovo Monastero di Santa Maria Presentata. 34. ADC, Cantoni svizzeri/monasteri 15. 35. Dalla regola, documento riprodotto in Comolli, Origini e sviluppi, p. 33: «Le vergini che vorranno entrar habbino da offerir, e portare in detto luogo tutto quello di proprio che hanno». 36. Al momento della Confisca napoleonica, nel 1797, il Convento poschiavino fu fra i danneggiati di maggior rilievo allinterno della comunità poschiavina. Le doti che le giovani donne portavano con sé allinterno della comunità monastica, comprendevano anche degli appezzamenti nelle zone di provenienza. Gieri Dermont, Die Confisca. Konfiskation und Rückerstattung des bündnerischen Privateigentums im Veltlin, in Chiavenna un Bormio, 1797-1862, Coira 1997, p. 50. 37. ADC, visite pastorali/Ciceri 1681. 38. ADC, Cantoni svizzeri/monasteri 15. 39. Francesco Badilatti, «Breve racconto della Miracolosa Madonna detta Santa Maria di Poschiavo, Manoscritto del 1717», Almanacco del Grigioni italiano, 1928. 40. Comolli, Origini e sviluppi, p. 12 41. ADC, Cantoni svizzeri/monasteri 15, documento senza data. La Madre superiora era in quelloccasione Cristina Palazzi, il che fa pensare agli anni 90 del 700. Comolli, Origini e sviluppi, p. 13. indica per lo stesso periodo (1796) solo 14 coriste, 4 converse e 4 educande. 42. Badilatti, «Breve racconto», p. 50. 43. Suor Pia, «Lavori di pazienza, darte e damore, tappeto e merletti del Monastero di Poschiavo», Almanacco del Grigioni italiano, 1932, p. 105. 44. Badilatti, «Breve racconto», p. 50. 45. ADC, Cantoni svizzeri/monasteri 15, lettera del 4 luglio 1730.
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