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I conflitti confessionali all'epoca di Nicolò Rusca «I conflitti confessionali all'epoca di Nicolò Rusca», Bollettino della Società Storica Valtellinese, 55 (2002), pp. 117-168. La storia religiosa della Valtellina e della Valchiavenna in età moderna è stata oggetto di numerosissime pubblicazioni di carattere storico. Il successo di questo filone di studi si può certo ricondurre, almeno per quel che riguarda l’ambito locale e regionale, al ruolo determinante che i conflitti confessionali hanno avuto nella costruzione dell’identità storica dei territori appartenuti alle Tre Leghe. In qualche modo, il discorso confessionale continua ad esercitare il suo influsso sulla storiografia dedicata alla Riforma e Controriforma in Valtellina. Ma questo avviene ormai nei termini positivi della pluralità delle interpretazioni, piuttosto che in quelli della polemica e del conflitto. Un esempio è fornito dalla pubblicazione nel Bollettino della Società Storica Valtellinese degli atti della giornata di studio sui conflitti confessionali all’epoca di Nicolò Rusca, organizzata dal Centro evangelico di cultura di Sondrio nell’autunno del 2002. I promotori dell'incontro hanno voluto tener conto delle diverse letture della figura di Rusca – l’arciprete di Sondrio morto nel 1618 a causa delle torture subite durante il processo intentatogli dal tribunale speciale di Thusis – invitando due studiosi della storia valtellinese fra XVI e XVII secolo provenienti dall’area italiana e tedesca (Claudia di Filippo Bareggi, professoressa all’Università Statale di Milano e Andreas Wendland, ricercatore all’Università di Francoforte) e due storici con formazione teologica (Saverio Xeres, sacerdote cattolico e docente presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ed Emanuele Fiume, pastore valdese e autore di una tesi di dottorato su Scipione Lentolo, predicatore riformato a Chiavenna sul finire del XVI secolo). Lo stimolo per organizzare l’incontro è stato fornito dal processo di beatificazione di Rusca, tutt’ora in corso, e dall’iniziativa della Comunità montana della Valtellina di dedicare un sentiero all’arciprete. La giornata voleva fornire un contributo critico e innovativo alla riflessione su uno dei momenti di più alta tensione confessionale nella storia delle Tre Leghe e dei territori ad esse soggetti. Nel suo saggio Claudia di Filippo Bareggi guarda alla figura dell’arciprete Rusca come ad un’interprete ideale del modello di ecclesiastico immaginato da Carlo Borromeo, un modello che prevedeva una forte presenza sul territorio e all’interno della comunità, un alto grado di formazione, la disponibilità al confronto teologico diretto con i protestanti. La situazione della Valtellina, caratterizzata dall’intervento costante delle autorità grigioni nelle questioni religiose, poneva però dei limiti stretti all’azione del clero cattolico. «Alle soglie dell’insurrezione del 1620 – scrive la storica – il cattolicesimo valtellinese stava cercando di mettere le pezze alle situazioni più irregolari, ma incontrava grosse difficoltà nel riorganizzarsi secondo le direttive tridentine». Nella vita quotidiana, cattolici e protestanti di Valtellina avevano tuttavia saputo elaborare forme di convivenza tutto sommato pacifiche. Di Filippo cita l’episodio – riferito da Fortunat Sprecher von Bernegg – di uno scambio di libri fra Rusca e il pastore di Sondrio Scipione Calandrino, per invitare a indagare meglio le cause extra-confessionali della morte dell’arciprete di Sondrio e dell’eccidio del 1620. Anche Emanuele Fiume rileva le caratteristiche nuove della figura di sacerdote incarnata da Nicolò Rusca, dotato di un’ottima preparazione culturale e capace di sostenere il confronto teologico con i colti pastori valtellinesi. Negli ultimi decenni del XVI secolo il conflitto confessionale nei territori sudditi delle Leghe, dominato fino ad allora dalla questione dei beni ecclesiastici, si allarga a tentativi di rapimento ai danni dei pastori (talvolta coronati da successo, come nel caso del pastore di Morbegno Francesco Cellario, arso sul rogo a Roma nel 1568), al divieto di accesso alla Valtellina per i sacerdoti cattolici forestieri e – nella sua forma culturalmente più alta – alle dispute teologiche scritte e verbali. Tali dispute, volute dal potere politico «per saggiare le possibilità di riconciliazione», non condussero a cambiamenti di rilievo nei rapporti tra le confessioni. Le relazioni sui dibattiti, stampate negli anni successivi da entrambe le parti, rappresentano però una fonte di grande interesse per la storiografia, come dimostra l'analisi di Fiume della disputa di Tirano, svoltasi tra 1595 e 1596, a cui per la parte cattolica partecipò tra gli altri lo stesso Rusca. Saverio Xeres, che è stato relatore della positio depositata in Vaticano per la beatificazione di Rusca, legge la vicenda dell'arciprete di Sondrio sullo sfondo di uno squilibrio nella situazione religiosa valtellinese, determinato dalle imposizioni grigioni in campo ecclesiastico – assegnazione di chiese ai riformati o uso in comune dei medesimi edifici e obbligo per le comunità di finanziare i predicatori protestanti – e dalla debolezza dello Stato delle Tre Leghe, sottoposto alle pressioni della Spagna, interessata al controllo dei passi alpini. «È essenziale rilevare come il crescere della minaccia spagnola – scrive Xeres – venga sentito, dalla componente riformata (…) come una minaccia alla diffusione della Riforma». In questa situazione, in cui i conflitti religiosi e i conflitti politici si sovrappongono e si confondono, l'impegno di Rusca nel contrastare il radicamento del protestantesimo in Valtellina – e in particolare la sua ferma opposizione all'istituzione di una scuola umanistica a Sondrio, voluta dai riformati – lo fa apparire agli occhi dei predicatori più radicali del partito antispagnolo grigione come un nemico ad un tempo della Riforma e delle Leghe. E questo nonostante l'arciprete tenga distinti, secondo Xeres, i due livelli del conflitto, combattendo la diffusione della Riforma, ma intrattenendo rapporti corretti con i riformati e rifiutando il ricorso alla violenza. Un approccio originale alla storia dei conflitti confessionali in Valtellina è proposto da Andreas Wendland, il quale con uno stimolante cambio di prospettiva invita a guardare non tanto agli eventi stessi, ormai in larga misura noti, quanto al modo con cui quegli eventi furono raccontati dai cronisti delle due parti. Rispetto all'eccidio dei riformati valtellinesi del 1620 (il «sacro macello») e alla morte violenta di Nicolò Rusca, Wendland formula l'ipotesi che «i martiri di entrambi i fronti siano stati trasformati in portatori di specifici modelli e messaggi confessionali. Essi dovevano ispirare fiducia e dare forza e solidità al profilo delle rispettive comunità di fede». Confrontando le cronache di parte cattolica e riformata, l'autore mette in luce le analogie, il ricorso agli stessi modelli e agli stessi passi biblici per descrivere le vicende dei martiri, ma nello stesso tempo rileva le differenti interpretazioni teologiche, che confluiscono nella costruzione di identità confessionali contrapposte. Ed è proprio l'interpretazione in termini martiriologici degli eventi che, privilegiandone la sola lettura religiosa, ha a lungo offuscato le radici economiche e politiche dei conflitti nella Valtellina dell'età moderna, con effetti di lunga durata sulla storiografia. Andrea Tognina (novembre 2004) |