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Scipione Lentolo e la Riforma in Valtellina nel tardo Cinquecento Emanuele Fiume, Scipione Lentolo 1525-1599. «Quotidie laborans evangelii causa», Claudiana, Torino 2003 Nel corso del XVI secolo numerosi profughi a motivo della religione, provenienti dai vari Stati italiani, trovarono rifugio in Valtellina e Valchiavenna. Il più noto fra di essi è certo Pier Paolo Vergerio (1498-1565), già vescovo di Capodistria e, dopo l’adesione alla Riforma, attivissimo propagatore delle nuove idee religiose in Val Poschiavo, in Bregaglia e in Valtellina. Con la sua tesi di dottorato dedicata a Scipione Lentolo (1525-1599), pastore a Chiavenna tra il 1567 e il 1599, il teologo valdese Emanuele Fiume pone ora l’attenzione su una figura per alcuni aspetti antitetica a quella di Vergerio. Se Vergerio più che all’ortodossia confessionale aveva guardato alla possibilità di creare in Valtellina e nelle valli del Grigioni italiano un ampio fronte anticattolico, autonomo dal sinodo retico, Lentolo condusse una vigorosa lotta contro le correnti eterodosse in seno alle chiese riformate e stabilì salde relazioni con i centri della Riforma grigione e svizzera. Nato a Napoli, Lentolo entrò all’età di dieci anni come novizio in un convento di frati carmelitani. Diventato monaco professo nel 1539, tre anni dopo si trasferì a Siena e quindi a Ravenna, dove entrò in contatto con circoli evangelici. Il giovane frate continuò a cambiare sede frequentemente: da Ravenna si spostò a Roma, quindi a Ferrara. Nel 1549, ottenne a Venezia il titolo di dottore in teologia. La tensione tra la sua condizione di frate e la prossimità alle idee riformate lo spinsero, nel 1551, ad abbandonare l’ordine. L’anno successivo entrò al servizio di Nicola Francesco Missanelli, vescovo di Policastro (Lucania), che aveva raccolto attorno a sé alcuni predicatori di sentimenti evangelici. Dopo un anno Lentolo tornò a Napoli e nel 1555 si trasferì a Lecce. Le sue simpatie riformate erano ormai note all’Inquisizione e nell’ottobre dello stesso fu arrestato e poco dopo trasferito nelle carceri romane del Sant’Uffizio. Condannato al carcere a vita – l’ex-frate aveva probabilmente abiurato per evitare la pena capitale – Lentolo riuscì a fuggire e nel 1559 giunse a Ginevra. Dopo pochi mesi la compagnia dei pastori della città, riconoscendone la convinta adesione all’ortodossia riformata, lo inviò quale pastore ad Angrogna, nelle Valli valdesi. Il periodo di attività di Lentolo in Piemonte corrispose all’offensiva militare del duca di Savoia Emanuele Filiberto contro le comunità valdesi. Il napoletano si trovò in prima linea nel confronto teologico con il clero cattolico ed ebbe un ruolo di primo piano nel far conoscere nel mondo protestante la storia dei valdesi e della loro resistenza armata. All’inizio del 1666 Lentolo – non essendo suddito sabaudo – dovette però lasciare le Valli, su ordine diretto del duca. Dopo un soggiorno a Lione e Ginevra, nel 1667 divenne pastore nella chiesa di Monte di Sondrio. Pochi mesi dopo si trasferì a Chiavenna, città che ospitava la più grande e prestigiosa comunità riformata di lingua italiana nei territori delle Tre Leghe. A Chiavenna erano stati pastori prima di lui Agostino Mainardo, strenuo difensore dell’ortodossia riformata contro le tendenze antitrinitarie ed eterodosse di molti profughi italiani, e Girolamo Zanchi, colto teologo bergamasco, il cui ministero fu segnato dai forti contrasti con il coadiutore di Mainardo, Simone Fiorillo. Anche Lentolo dovette confrontarsi dapprima con Fiorillo, che riuscì a far allontanare. Ma l’impegno maggiore del pastore napoletano nei primi anni del suo ministero a Chiavenna fu dedicato alla lotta contro le correnti eterodosse all’interno del protestantesimo, correnti presenti in città fin dall’arrivo del profugo siciliano Camillo Renato, nel 1547. Lentolo, dopo gli infruttuosi tentativi di richiamare i dissidenti al rispetto dei fondamenti dottrinali della Riforma, sollecitò attraverso il sinodo retico l’intervento delle autorità politiche. Nel giugno del 1570 la Dieta delle Tre Leghe emanò un editto che ordinava l’espulsione dai territori soggetti di quanti non aderissero alla religione riformata, definita in base alla Confessio rhetica, o alla religione cattolica. L’ortodossia riformata ne uscì rafforzata e la sua compattezza confessionale non fu più messa seriamente in discussione, benché i conflitti si trascinassero ancora per qualche tempo, complice un’applicazione piuttosto blanda del decreto. Con il suo studio su Lentolo, Emanuele Fiume si pone consapevolmente in una prospettiva diversa da quella di molta storiografia italiana, che fin dal classico Eretici italiani del Cinquecento di Delio Cantimori ha teso a privilegiare lo studio dei movimenti eterodossi, considerando la loro repressione segno di intolleranza e di chiusura culturale. L’autore sgombera innanzitutto il terreno da un equivoco: se è vero che i gruppi eterodossi e i sostenitori di una «via politica alla Riforma» (il cui ispiratore era Vergerio) mostravano flessibilità rispetto alle differenze dottrinali all’interno del mondo protestante, «è altresì chiaro che lo scopo di questa flessibilità [era] la raccolta di tutte le forze possibili per combattere la chiesa romana con ogni mezzo e molto più ostilmente di quanto volesse fare il partito ortodosso». E d’altro canto – rileva ancora Fiume - il protestantesimo valtellinese rimase dinamico e culturalmente vitale anche dopo gli anni Settanta del Cinquecento. La maggior compattezza confessionale permise alle chiese riformate di consolidare la loro presenza nei territori soggetti alle Leghe e di resistere alla crescente pressione di un cattolicesimo riorganizzatosi dopo lo choc della Riforma. Solo il massiccio ricorso alla violenza riuscì, nel 1620, a mettere fine ad una presenza organizzata dei riformati nelle valli dell’Adda e della Mera. Fiume si sofferma in particolare sugli stretti rapporti epistolari che Lentolo intrattenne, durante gli anni di attività a Chiavenna, con le chiese dei Grigioni e con importanti esponenti della Riforma nella Svizzera tedesca (primo fra tutti l’antistes della chiesa di Zurigo Heinrich Bullinger), rapporti «fondati su una comune identità di vedute sulla politica sia ecclesiastica, sia internazionale». Se le vicende degli eterodossi, diffidenti verso i leader della Riforma elvetica e talvolta in aperto conflitto con essi, potevano far pensare ad un protestantesimo italiano tutto sommato defilato dal contesto europeo, con la figura di Lentolo Fiume rimette al centro dell’attenzione i nessi vitali tra Riforma in Italia e Riforma in Europa. «La cultura profondamente italiana del napoletano – scrive – incontra fruttuosamente la Riforma creando un connubio particolare, ma assai forte. La sua intransigenza calvinista e il suo bagaglio culturale spiccatamente italiano non si sovrappongono reciprocamente né manifestano caratteri di reciproca incompatibilità, ma sviluppano motivi di approfondimento storico, teologico e letterario che ai nostri occhi si sono rivelati importanti e fecondi». Andrea Tognina (novembre 2004) |