PresentazioneDocumentazioneCronologiaBibliografiaLink


[contatti] [novità] [agenda] [cerca] [home]

 

Recensioni

 

 

 

L’italiano tra Borromeo e Diodati

Sandro Bianconi, Lingue di frontiera. Una storia linguistica della Svizzera italiana dal Medioevo al 2000, Bellinzona, Casagrande, 2001.

Riforma e Controriforma ebbero un ruolo fondamentale nel determinare l’identità linguistica del Grigioni italiano. È una delle suggestive tesi del recente libro di Sandro Bianconi, Lingue di frontiera.

La Svizzera italiana è un territorio di frontiera e come tale luogo di scambio, di confronto, di mescolanza. È questo l’assunto centrale del lavoro di Sandro Bianconi sulla storia della lingua nella Svizzera italiana tra il Medioevo e i nostri giorni.

Uno dei momenti in cui il definirsi di una frontiera, nella fattispecie di una frontiera religiosa, ebbe un forte impatto sull’evoluzione della lingua fu, secondo la ricostruzione di Bianconi, l’epoca della Riforma e Controriforma.

Il progetto protestante di rinnovamento della chiesa e la reazione cattolica al diffondersi della Riforma passarono entrambe attraverso la riorganizzazione delle forme di trasmissione della cultura e investirono quindi inevitabilmente l’uso della parola scritta e orale.

Se nei territori dell’attuale Ticino l’azione del cattolicesimo post-tridentino contribuì al diffondersi di modelli linguistici toscani in un ambiente in cui la circolazione di testi in volgare è attestata fin dal Quattrocento, nel Grigioni italiano l’azione degli esuli protestanti italiani e dei prelati della Controriforma fu determinante per l’imporsi dell’uso stesso dell’italiano come lingua scritta e anche parlata.

Bregaglia: Riforma e italianità

Bianconi si sofferma in particolare sulla Bregaglia – regione di cui si è occupato già in Plurilinguismo in Val Bregaglia, edito dall’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana nel 1999 – sottolineando l’assenza negli archivi della valle di documenti redatti in italiano precedenti alla metà del Cinquecento.

Nella lingua scritta la Bregaglia, orientata da secoli più verso nord che verso sud, praticava un bilinguismo latino-tedesco, mentre nella lingua parlata è presumibile una conoscenza del dialetto svizzero-tedesco e lombardo, accanto all’uso del dialetto bregagliotto.

Ma quale fu allora la lingua di comunicazione adottata dai predicatori riformati giunti in Bregaglia da diverse regioni d’Italia attorno alla metà del XVI secolo? Se per la lingua scritta le fonti sono univoche e dimostrano l’adozione dell’italiano, per la lingua orale Bianconi, procedendo per esclusione, ipotizza un uso orale dell’italiano scritto.

Un dato che potrebbe apparire sorprendente, se si considera la diffusa opinione secondo cui in Italia a quell’epoca tutti, tranne i toscani, avrebbero parlato dialetto. Ma proprio questa opinione è oggetto di un serrata critica da parte del linguista ticinese.

Importa qui tuttavia osservare il ruolo della predicazione riformata nell’italianizzazione della Bregaglia, un’italianizzazione consolidata dalla diffusione in valle della pubblicistica protestante e in particolare, dalla seconda metà del XVII secolo, della traduzione italiana della Bibbia di Giovanni Diodati.

L’intensa frequentazione del testo biblico, propria della tradizione protestante, ebbe così in Bregaglia un’altra funzione, oltre a quella propriamente religiosa: essa diede accesso a tutti ad un italiano scritto di altissima qualità.

Mesolcina: Controriforma e italianità

Un episodio di segno contrario dal punto di vista religioso rispetto al precedente, ma dagli esiti simili in termini linguistici è rappresentato dall’intervento di Carlo Borromeo in Mesolcina. Visitata la valle nel 1583, l’arcivescovo di Milano si preoccupò di estirparne i focolai di eresia.

Ma per contrastare la Riforma, costruita anche sulla capacità di far circolare le nuove idee in forma orale e scritta, un’azione repressiva non poteva bastare. Nel progetto borromaico di rinnovamento della chiesa cattolica la predicazione, la diffusione della dottrina cattolica, le pratiche pie, l’insegnamento – e quindi l’uso scritto e parlato dell’italiano – avevano un ruolo di primo piano.

L’iniziativa di Carlo Borromeo ebbe quindi in Mesolcina un effetto analogo a quello della predicazione riformata in Bregaglia. Con una differenza di fondo, però, connessa al diverso ruolo dei fedeli nei due schieramenti. Come rileva Bianconi esemplificando, mentre i riformati bregagliotti potevano leggere la Bibbia nella traduzione di Diodati, ai cattolici mesolcinesi toccavano le domande e risposte del Compendio della dottrina cristiana cavata dal catechismo romano.

Poschiavo: Riforma, Controriforma e stampa

La situazione linguistica in Val Poschiavo nella prima metà del XVI secolo è paragonabile a quella bregagliotta, con la stessa assenza di documenti scritti in volgare. A differenza delle altre due valli del Grigioni italiano la Val Poschiavo fu però segnata dalla secolare convivenza di una minoranza riformata con una maggioranza cattolica.

I fenomeni analizzati separatamente da Bianconi per la Mesolcina e la Bregaglia, in Val Poschiavo si svilupparono parallelamente. A Poschiavo vi era inoltre la tipografia Landolfi, attiva nella stampa e diffusione dei testi in volgare degli esuli riformati italiani, in particolare di Pier Paolo Vergerio. Tutto ciò conferisce alla situazione poschiavina una complessità che invita ad approfondire i rapidi accenni fatti da Bianconi.

Meriterebbe un’analisi linguistica ad esempio il più antico testo riformato conservato in Val Poschiavo, la costituzione della chiesa evangelica di Brusio del 1592, redatta dal pastore di origine cremonese Cesare Gaffori (naturalizzato tra l’altro a Soglio, in Val Bregaglia). E sarebbe utile studiare la figura di Paolo Beccaria (1587-1665), sacerdote cattolico a Poschiavo e uno dei primi allievi del Collegio elvetico di Milano fondato da Carlo Borromeo.

Andrea Tognina

Inizio Home Home